Associazione CESDI

Centro Servizi Donne Immigrate
Via Degli Asili 35  57123 Livorno
Tel. 0586 834350

Il Centro Servizi di orientamento e di accompagnamento per donne immigrate

Studi di caso di tre accompagnamenti seguiti dal CeSDI
Materiale a cura di Anna Proto Pisani

 

Accompagnamento a un gruppo di cittadini curdi profughi a Cecina
Caso seguito da Samira Karoui

1. Descrizione del caso e di come si è stabilita la relazione con il CeSDI

Il Campo Profughi di Cecina da febbraio a giugno 1997 ha ospitato un gruppo di cittadini curdi arrivati in Italia via mare sulle coste del Sud. Il gruppo di circa 70 - 80 persone, dai 18 ai 40 anni, era costituito da famiglie, da donne sole con bambini, sia madri che zie, da donne, da ragazzi e ragazze singoli. Queste persone erano arrivate in piccoli gruppi circa un mese prima in provincia di Bari, attraverso un viaggio avventuroso che mi hanno raccontato una volta che si è stabilita la relazione fra noi. Molte di queste persone dal Kurdistan erano andate in Turchia e da qui avevano raggiunto l'Albania da dove avevano attraversato l'Adriatico con delle barche dietro pagamento di una cifra di circa 5.000 dollari, cioè circa 6 milioni di lire a persona. Dalle amministrazioni del Sud d'Italia erano stati mandati al Campo di Cecina che aveva la disponibilità di alloggiarli in attesa di una risposta alla loro domanda di asilo politico. Il Campo Profughi di Cecina è un luogo molto conosciuto in Italia anche per molte azioni positive che sono state fatte in questo posto.

Avevo sentito e letto sul giornale dell'arrivo di questi cittadini kurdi a Cecina e siccome sono curiosa e sapevo che il Kurdistan è un paese mussulmano e che ha avuto la guerra, allora sono andata a salutare queste persone, a vederle, anche per chiacchierare e stabilire un rapporto di amicizia. Quando sono arrivata ho trovato delle persone che parlano arabo e allora ho cercato di stabilire un rapporto con loro chiedendogli come stanno, come stanno le loro famiglie, come sono venuti, come si trovano qui, i problemi che hanno avuto nel fare tutto il viaggio dal Kurdistan all'Italia.

Il Campo Profughi, provvisto di camere e di bagni e di una grande cucina tipo ristorante, è gestito dall'Arci. Il responsabile del Campo profughi, vedendo la mia disponibilità e il mio interesse mi ha chiesto se potevo lavorare in questa situazione con un ruolo di facilitatrice fra i curdi e i responsabili del Campo, e fra i curdi e gli enti pubblici (ospedale, scuola, assistente sociale). Io mi sono presentata anche come un'operatrice volontaria del CeSDI e quella è stata un'occasione per fare conoscere il CeSDI anche fuori Livorno, e lavorare in un progetto che ha gli stessi obiettivi della nostra associazione.

Da quel momento mi sono recata al Campo quasi tutti i giorni, soprattutto di mattina quando ero più libera, e il lavoro che ho svolto è stato di tipo volontario, con un rimborso spese per gli spostamenti che ho fatto sia per andare al campo che per accompagnare le persone da diverse parti.

2. L'Accompagnamento di Samira e i bisogni dei cittadini curdi

Il grosso del lavoro di accompagnamento si è svolto sia all'interno del Campo Profughi che con i servizi e le istituzioni. Le persone ospitate presso il campo vivevano problemi di diversa natura, proprio a causa della eterogenea composizione del gruppo.

Ho fatto da interprete ai dottori che venivano al campo e che facevano le visite sia ai bambini che alle donne e agli uomini. Per queste visite io spiegavo le prescrizioni del dottore, ma per molti casi non bastava la visita al campo e si doveva andare all'ospedale per fare analisi, tac, altri controlli. All'ospedale ho sempre accompagnato le persone per fare da interprete rispetto al medico, per poter rispondere a tutti i lunghissimi questionari dei dottori.

Ho seguito in particolare i problemi delle donne, accompagnandole alle visite con i dottori e alle visite ginecologiche. Le donne curde non volevano essere visitate da un dottore uomo e allora abbiamo cercato delle dottoresse. Spesso per una donna che non è mai stata visitata in vita sua, è difficile essere visitata, spogliarsi, farsi vedere, anche se da una donna. Ho dunque spiegato a queste persone il senso di queste visite, per controllare la salute della donna e del bambino, e loro mi dicevano di come avevano sempre vissuto le gravidanze senza essere visitate e che non capivano il senso di tutto ciò. Abbiamo fatto una lunga discussione con due donne, su come si vive la gravidanza in Italia e alla fine hanno accettato le visite ginecologiche con delle dottoresse. Io le ho accompagnate alle visite, rassicurandole, con la mia presenza di donna straniera che sa che nei nostri paesi solo poche persone fanno queste visite, e dandogli indicazioni di cosa fare.

In particolare ho accompagnato una donna incinta che era agli ultimi mesi di gravidanza e doveva quindi essere seguita con maggiore cura, anche stando vicino a lei per farle sentire che non era sola. Al momento del parto insieme ad alcuni operatori dell'Arci l'abbiamo accompagnata in ospedale, seguendola durante tutto il periodo di degenza. Ho spiegato a questa donna tutte le medicine e i controlli che la bimba doveva fare perché aveva avuto dei piccoli problemi e tutte le vaccinazioni che avrebbe dovuto fare in un secondo momento. Dopo tre giorni abbiamo riaccompagnato al campo la donna con la bambina, e abbiamo organizzato una bella festa con la musica curda insieme a tutti i profughi, la gente di Cecina, che è stata molto vicina a questo gruppo, e le persone del volontariato. Abbiamo così festeggiato l'arrivo della bimba che si chiama Luisella, chiamata con il nome di una delle operatrici italiane del Campo.

Poi mi hanno chiesto se era possibile celebrare il rito della nascita anche secondo la religione islamica e così ho pensato al Centro Culturale Islamico di Livorno e ho preso contatti con l'Imam della Moschea di Livorno che conosco perché lì davo lezioni di lingua araba. L'imam, un venerdì, è venuto con grande piacere al Campo profughi dove per l'occasione abbiamo creato una piccola moschea, una stanza con i tappeti. Di solito ciascuno pregava nella propria stanza e invece quella è stata l'occasione per creare un momento comune anche fuori del loro paese e così abbiamo fatto la preghiera tutti insieme. L'imam ha poi letto il Corano sulla bimba e la famiglia era molto contenta, era stata una bella sorpresa anche perché non pensavano di poter fare quel rito in Italia. E' stata anche un'occasione per l'imam di salutare e di conoscere queste persone, io gli avevo spiegato la loro situazione, le loro preoccupazioni e la loro agitazione per non sapere se la loro domanda di asilo politico sarebbe stata accettata o meno e così ne hanno parlato anche con lui.

Con le donne ho stabilito un bel rapporto, volevano sapere tutto dell'Italia, degli italiani, della vita qua, dei prezzi, di cosa non si riesce a trovare del proprio paese, della nostalgia che si soffre stando lontano dal paese di origine, dei lavori che fanno gli stranieri in Italia, di come si fa per trovare un lavoro e una casa. A queste donne è piaciuto il modo come hanno reagito gli italiani verso di loro, perché erano stati accettati in Italia, mentre in Germania e in Turchia erano stati respinti ed erano contenti dell'accoglienza del Campo che era calorosa. Con loro facevamo delle passeggiate sulla spiaggia, anche insieme ai bambini. Alcuni momenti di socializzazione importanti sono stati i momenti di cura del corpo, per esempio quando ho accettato di fare la ceretta di depilazione con loro a loro ha fatto molto piacere. Una volta gli ho portato l'hennè che mi aveva dato mia madre e che avevo a casa, perché mi avevano chiesto dove si poteva trovare. Hanno fatto l'hennè ai capelli, i disegni sulle mani. Tutto questo ha contribuito a stabilire la relazione. Inoltre molte delle donne che erano sole con i bambini spesso mi parlavano dei loro problemi.

Per le donne in particolare abbiamo fatto in modo che potessero seguire i corsi di italiano, così come facevano gli uomini, tenendo noi i bambini il pomeriggio, portandoli fuori, portandoli a dei punti di ritrovo del Comune per i bambini di Cecina. Ciò permetteva alle donne di poter effettivamente seguire i corsi di alfabetizzazione.

Abbiamo poi seguito i bambini che una volta imparato l'italiano si sono integrati con i ragazzi di Cecina e sono stati inseriti nelle scuole. Abbiamo fatto alcuni incontri con le scuole, con gli insegnanti e i presidi, spiegando i motivi per cui erano venuti in Italia. I bambini più piccoli sono stati portati a giocare con i bambini italiani.

Anche con gli uomini sono entrata in contatto, bevendo spesso il tè insieme. Ho sempre bevuto il tè con loro perché sapevo che per la nostra cultura quello è un momento di accoglienza, io lo capisco e ho cercato di spiegare agli operatori italiani che anche se non hai voglia di bere il tè quello è un momento importante. Gli uomini hanno avuto una grande fiducia in me, più grande che verso gli altri operatori del campo, forse perché mi sentivano come una di loro. Anche loro mi hanno fatto molte domande sull'Italia, sulla vita qui, le stesse domande che mi facevano le donne: quanto costa una casa, che tipo di lavoro si può trovare in Italia, se è possibile fare una famiglia qui.

Qualche volta abbiamo organizzato delle feste insieme.

Tutto il gruppo viveva problemi di tipo politico e tutte le persone avevano fatto la domanda di asilo. Il problema maggiore è stato quello dell'attesa della risposta che è arrivata solo dopo molti mesi. Questa situazione ha determinato un lungo tempo di incertezza e di sospensione durante il quale queste persone dovevano organizzare la loro vita nel Campo. Dalle domande e le richieste che più spesso mi facevano emergeva appunto la necessità di conoscere il destino che le avrebbe aspettate, il bisogno di conoscere se lo stato Italiano avrebbe o no accolto le loro domande. Appena sono arrivati tutto il lavoro con la questura è stato seguito da una ragazza turca e poi sono stati i responsabili del Campo a seguire le domande di asilo. Anche io me ne sono occupata chiamando diverse volte il CIR, per chiedere tutti i requisiti necessari per ottenere l'asilo, anche perché molte persone avevano fatto la resistenza, contro Saddam e contro il governo turco, e avevano paura di non essere accettate in Italia. Io comunque ero sempre lì per comunicare tutte le notizie che si avevano, tutte le novità che c'erano ogni volta che andavamo in questura.

Per rispondere a tutte queste incertezze e a questa agitazione sono stati organizzati degli incontri con i rappresentanti delle istituzioni locali. Ho sempre partecipato a questi incontri con un ruolo di interprete e di facilitatrice, mediando proprio fra il gruppo e le istituzioni. Un primo incontro è stato tenuto con l'Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Cecina che voleva comprendere le intenzioni del gruppo di curdi. L'incontro si è tenuto la sera, dalle 20 a mezzanotte, l'Assessore ha spiegato i motivi dei tempi lunghi del Ministero dell'Interno per avere delle risposte alle domande, i curdi hanno descritto la loro situazione, avanzando la loro necessità di trovare un inserimento attraverso la possibilità di accedere ad una casa e ad un lavoro. L'assessore ha spiegato le difficoltà di trovare casa e lavoro e ha dato la disponibilità dei servizi del Comune, scolastici sanitari e sociali a venire incontro ai bisogni di questi cittadini.

Si è poi tenuto un incontro con il Prefetto e il Questore di Livorno e per quell'occasione ho spiegato ai curdi il ruolo di queste figure istituzionali nell'ambito della società italiana. In questo incontro i curdi hanno chiesto delucidazioni riguardo alle loro domande di asilo e ai tempi necessari di attesa. Il questore e il prefetto hanno assicurato che non sarebbero stati espulsi e che avrebbero avuto l'asilo politico. Questi incontri sono stati importanti soprattutto per tranquillizzare queste persone.

Tutti i curdi presenti al campo sono riusciti ad avere l'asilo politico dopo circa sei mesi di permanenza, alcuni sono scappati via prima, alcuni sono andati via dall'Italia una volta avuto l'asilo, grazie a un visto particolare che consente di avere la residenza in tutta Europa, le persone che invece sono rimaste in Italia sono state seguite per l'inserimento lavorativo e sociale sia dai responsabili del campo che da me. Abbiamo cercato lavoro, contattando le ditte che possono avere delle opportunità di lavoro, abbiamo contattato le assistenti sociali per alcuni casi. Solo una famiglia è rimasta al campo e la continuiamo a seguire nel rapporto con i servizi sociali.

Ho talmente vissuto al campo che quando i profughi sono andati via abbiamo pianto tutti, noi operatori da una parte e loro dall'altra. Alcuni ragazzi che ora abitano a Cecina li incontro ogni tanto e sono andata a trovare una donna che ha partorito da poco.

Durante tutto questo periodo ho sempre tenuto al corrente le donne del CeSDI dell'attività che svolgevo al Campo.

3. Considerazioni conclusive

Per me è stato molto naturale andare lì ogni giorno, occuparmi di loro, cercare tutto ciò di cui avevano bisogno. Quando non sono potuta andare chiamavo al campo per sapere come stavano e lo stesso responsabile del campo mi chiamava ogni volta che c'era un problema. Quando non andavo i curdi mi chiedevano subito perché non ero andata, o perché ero in ritardo.

Sono riuscita a tranquillizzare molto queste persone, spiegandogli in modo molto naturale tutto quello che accadeva, perché si doveva aspettare e questo mio ruolo è sempre stato riconosciuto dagli operatori del campo. Il mio ruolo in particolare è stato importante in quanto potevo entrare direttamente in contatto con i curdi.

E' stato un lavoro a tempo pieno, a volte sono tornata a casa a mezzanotte, mangiavo spesso con loro. In quel momento mi sono liberata delle attività che avevo per seguire questo caso che sentivo molto importante.

Nel caso di questo gruppo sicuramente è stato di grande aiuto la disponibilità degli abitanti di Cecina che spesso sono venuti nel campo per sentire di cosa c'era bisogno. Importante è stato tutto il lavoro di volontariato che è stato svolto nel campo, proprio per aiutare ad organizzare la vita e a mediare con la società italiana all'esterno del campo, per facilitare l'integrazione con la società italiana.

Uno degli ostacoli più grandi è stato sicuramente il fatto che queste persone hanno potuto avere una sistemazione solo molto tardi. (UP)