Associazione
CESDI
Studi di caso di tre accompagnamenti seguiti dal CeSDI
Materiale a cura di Anna Proto Pisani
1. Descrizione del caso e di come si è stabilita la relazione con il CeSDI
Sbarcano al porto di Livorno alla metà del mese di marzo 1998, catapultati all'improvviso e quasi per caso in un altro mondo. Sono tre ragazzi di 15, 16 e 17 anni, che vengono dalla Repubblica dominicana, una delle isole più importanti dei Caraibi.
Ai primi del mese di gennaio questi tre ragazzi decisero di prendere una nave per andare sull'Isola di San Martè, a circa due ore di navigazione da Santo Domingo e da lì raggiungere Porto Rico. Volevano partire per fare un giro nelle isole vicine, e per sottrarsi, più che a problemi di tipo economico, ai problemi familiari, tipici dell'età dell'adolescenza. Ma nel porto c'erano due navi vicine e loro s'imbarcarono su quella sbagliata.
Il viaggio fin dall' inizio fu un'avventura perché i ragazzi salirono sulla nave di nascosto, di notte, per mezzo di una lunga canna di cui calarono un estremo nel mare lanciandosi poi con l'altro, mettendo così a rischio la loro la vita. All'inizio i ragazzi che volevano partire erano cinque, ma due di loro non riuscirono a fare questo salto con la canna. Una volta che si trovarono sulla nave si nascosero. Solo dopo essere arrivati a destinazione scoprirono di aver sbagliato nave e che quell'imbarcazione andava in Spagna e non sull'isola vicina. La polizia scoprì la loro presenza prima di arrivare in Spagna: li tirò fuori dal nascondiglio, trattenendoli sulla nave come dei prigionieri e maltrattandoli come se neanche fossero delle persone. I ragazzi una volta arrivati chiesero dove si trovavano e i poliziotti si mostrarono completamente sorpresi del fatto che non lo sapessero. Di fronte alle spiegazione dei ragazzi i poliziotti li hanno continuati a trattare come dei prigionieri, tenendoli nel magazzino della nave e facendogli indossare delle tute da lavoro fosforescenti in modo da poterli riconoscere anche al buio, in caso di fuga. Tutto questo in attesa dell'espulsione. I ragazzi riuscirono però a farsi amici del guardiano e a fuggire, scappando, nonostante le tute. Passarono quindi due giorni girando per le strade di quel porto della Spagna, dove però non riuscirono a trovare nessuno per avere dell'aiuto, per sapere cosa fare. Quindi ritornarono al porto dove si imbarcarono su una nave che andava in Italia. Infatti da quel porto non era più possibile ripartire per i Caraibi e , avendo scoperto che l'Italia era vicina alla Spagna, decisero di partire per questo paese sapendo che lì vivevano molti dominicani.
In questa nave non furono scoperti e si ritrovarono quindi al porto di Livorno. Si levarono allora le tute e per due giorni hanno girato per le strade, non sapendo cosa fare e non parlando una parola d'italiano. Hanno dormito fuori, vicino ai Quattro Mori e non avevano niente da mangiare, avevano fame. Dopo i primi giorni hanno infine fermato un vigile che non capendoli li ha portati alla Polmar del porto di Livrono. La Polmar ha dunque preso contatto con i servizi sociali e i ragazzi sono stati portati alla casa di accoglienza per minori. Questo è il racconto dei ragazzi, racconto che sono riuscita ad avere una volta che hanno avuto fiducia in me.
Nel rapporto fra i servizi sociali del Comune e i ragazzi, ad un certo momento la responsabile dei servizi per le questioni relative all'immigrazione ha contattato il CeSDI perché si occupasse di mediare in questo rapporto, anche perché era indispensabile la traduzione. I servizi non riuscivano a comunicare con i ragazzi, infatti nonostante che all'inizio credevano di poterli capire per la somiglianza della lingua italiana e di quella spagnola, si erano però infine resi conto di non aver capito molte cose. Dal canto loro i ragazzi avevano paura di ciò che gli sarebbe potuto accadere e quindi non avevano raccontato tutto. Inoltre quello che avevano raccontato riguardo al loro arrivo appariva come inverosimile.
Sono stata soprattutto io ad occuparmi di questo caso, insieme alle altre donne dominicane dell'associazione, con altre socie e con alcune donne dell'associazione dominicana Hermanas Mirabal, in quanto questa situazione ha richiesto un grande lavoro di accompagnamento.
2. L'accompagnamento di Flor e delle altre donne del CeSDI ai ragazzi
La prima volta che abbiamo incontrato i tre ragazzi è stato alla casa di accoglienza insieme alla responsabile dei servizi per l'immigrazione. In un primo momento i servizi hanno voluto che io capissi quali erano le effettive intenzioni dei ragazzi e al tempo stesso hanno voluto che si spiegasse loro che in Italia c'è una legge che tutela i minori e che quindi, se lo desideravano, sarebbero potuti restare.
Per avere la loro verità e conoscere le loro intenzioni sono diventata amica dei ragazzi e ho fatto in modo che avessero fiducia in me.
I ragazzi mi hanno detto che non gli piaceva l'Italia e che volevano tornare nel loro paese. Per poter attivare l'accompagnamento al paese di origine, previsto dalla legge in questi casi, è stato dunque necessario stabilire il rapporto con il Consolato e con l'Ambasciata in quanto era indispensabile un documento che certificasse la volontà dei ragazzi e la loro identità anche perché non avevano nessun documento con loro. I servizi si erano già attivati nel rapporto con il Consolato, ma non con l'Ambasciata. Hanno quindi totalmente delegato a me il rapporto con queste istituzioni, per accelerare i tempi, anche in vista della prenotazione dei biglietti di aereo. Il Consolato non si è attivato immediatamente, ma con molta lentezza, il Console non è mai venuto a verificare la situazione, la pratica non arrivava mai e tutto ciò ha determinato la preoccupazione di uno dei ragazzi che avrebbe compiuto i 18 anni solo dopo qualche mese e che quindi temeva di essere espulso.
Uno dei problemi principali che abbiamo affrontato in questi mesi è stato il fatto che i ragazzi volevano uscire dalla casa di accoglienza e non stare sempre chiusi lì dentro. Stare in quella casa era infatti difficile per i ragazzi dominicani, nonostante che riconoscessero la professionalità degli operatori, perché gli altri ragazzi ospitati erano più piccoli di loro e avevano problemi completamente diversi, inoltre da noi un ragazzo di 17 anni è un uomo completamente. L'assistente sociale mi aveva detto che potevo affidare i ragazzi anche ad altre persone, e io ho segnalato ai servizi alcune donne dell'associazione che potevano occuparsi di loro portandoli fuori. I servizi avevano paura che i ragazzi uscissero dal Centro da soli non perché temevano che potessero fuggire, ma piuttosto che potessero imbattersi in persone non raccomandabili e trovarsi coinvolti in problemi vari, quindi li mandavano molto poco fuori da soli, altrimenti con noi.
Noi ce ne siamo molto occupate. Io spesso li ho portati a pranzo o a cena a casa mia, con mio marito, gli ho raccontato di come io sono venuta in Italia, dei miei problemi quando sono arrivata e non avevo amici. Gli ho fatto conoscere altri dominicani e anche alcuni ragazzi dominicani che vivono a Livorno. Anche altre donne dell'associazione li hanno ospitati a pranzo e a cena, in particolare Maribel, un'altra donna dominicana dell'associazione, che li ha seguiti molto, soprattutto durante il periodo che io sono stata a Santo Domingo. Li abbiamo aiutati anche dandogli dei vestiti, aiutandoli un poco economicamente, gli abbiamo comprato una macchina fotografica, portandoli a conoscere la regione. Infatti nei nostri paesi si studia la storia europea e quindi loro avevano già sentito parlare di molti dei monumenti e dei posti che sono in Toscana: siamo quindi stati a vedere la torre di Pisa, siamo andati a Viareggio, una sera siamo andati a mangiare la pizza a Pietrasanta. Abbiamo passato delle giornate intere insieme, i ragazzi non sono mai stati soli.
Alla fine, quando tutte le pratiche per il riaccompagnamento erano pronte, i ragazzi mi hanno detto che volevano restare in Italia, perché avevano conosciuto delle ragazze dominicane e avevano pensato di restare dalle famiglie di queste ragazze. A quel punto è stato necessario per me fare una mediazione con loro.
I ragazzi infatti dopo il primo periodo di disorientamento totale, sono riusciti a stare bene qui e hanno riconosciuto il nostro contributo. Di me hanno detto che avevano trovato una sorella, hanno riconosciuto la mia serietà di non volerli favorire, ma aiutarli a capire e prima di partire mi hanno lasciato il loro indirizzo per andarli a trovare a Santo Domingo. Hanno parlato molto bene anche della responsabile della casa di accoglienza, dicendo che hanno trovato in lei una mamma e un'amica. Noi del CeSDI siamo state con loro fino a quando non sono partiti.
Al momento della partenza sono stati accompagnati dalla Questura italiana all'aeroporto.
Sicuramente per loro non è stato facile partire, anche perché là non hanno delle prospettive.
Ora che il governo della Repubblica Dominicana è cambiato bisogna aiutarlo a capire la situazione dei ragazzi nel nostro paese. Quando sono andata a Santo Domingo mentre i ragazzi erano in Italia, ho preso contatti con il governo - Ministero degli affari Esteri - per segnalare questa situazione e per precisare che i ragazzi non sarebbero stati espulsi, ma si stava avviando una pratica di riaccompagnamento. Ho fatto questo perché il nostro governo spesso usa dei metodi molto duri nei confronti della gente che torna in patria per espulsione. Ho posto il problema dell'emigrazione dei ragazzi dal nostro paese, delle loro prospettive. La prossima volta che vado a Santo Domingo verificherò la situazione dei tre ragazzi che abbiamo seguito.
3. Osservazioni conclusive
Questo accompagnamento è stato condiviso da tutte le donne dell'associazione: come ogni situazione più complessa e problematica è stata più volte discussa insieme alle riunioni del lunedì e le donne dell'associazione sono spesso andate a trovare i ragazzi, e mi hanno sempre manifestato la loro disponibilità ad aiutarmi. I casi che seguiamo infatti non appartengono a una determinata persona a seconda del paese da cui proviene e della lingua che parla, ma sono di tutto il gruppo e vengono seguiti da tutte le persone del centro che in particolare stanno vicino alla persona che accompagna e che quindi vive un'esperienza importante, ma al tempo stesso impegnativa e talvolta fastidiosa.
L'elemento più importante che ha facilitato questo accompagnamento è stata la volontà di noi che abbiamo seguito i ragazzi, noi donne del CeSDI, ma anche degli operatori della casa di accoglienza, della responsabile dei servizi e in questa occasione anche della questura.
Il più grande ostacolo è stato il fatto che nella casa di accoglienza non era prevista nessuna attività per intrattenere i ragazzi ed era piuttosto un dormitorio. Invece si dovrebbero prevedere delle attività che possano occupare i ragazzi che stanno nelle case di accoglienza, dei laboratori, delle occasioni formative. Inoltre nel centro nessuno parlava la lingua dei ragazzi e conosceva le loro abitudini, perciò se non ci fossimo state noi sarebbe stata una situazione veramente a rischio.
Da parte nostra sarebbe importante poter disporre di un mezzo per spostarsi nelle situazioni di emergenza, infatti in questo caso è capitato che alcune sere i ragazzi mi hanno chiamato ma io non sono potuta andare perché non c'erano mezzi pubblici.
Infine manca il riconoscimento economico per questo lavoro di accompagnamento che svolgiamo totalmente al di fuori della presenza allo sportello e quindi a titolo completamente volontario, perfino le spese di spostamento sono tutte a nostro carico.
In realtà quando si svolge un lavoro del genere non lo si svolge per se stessi ma per la città.(UP)